Architettura moderna: fallimento e rovina

Sul libro di Douglas Murphy “Architettura del fallimento”, Postmedia Books, 2013.

L’architettura digitale e parametrica? Un “nuovo” eclettismo, un nuovo acquiescente pseudo-radicalismo. Questa una delle tesi del libro, che è diviso in due parti. La prima si occupa di analizzare le prime espressioni architettoniche della modernità capitalistica: i palazzi delle esposizioni della fine del diciannovesimo secolo, in particolare i giganti in ferro e vetro, precorritori di molti esperimenti del modernismo. Costruiti sull’onda dell’ottimismo, palazzi “for the people”, si sono rivelati per lo più dei fallimenti economici. Progettati dalle menti più razionali dell’epoca, erano spazi confusi, frammentari, oscuri, contraddittori e inquietanti.  Il protagonista dei “Ricordi del sottosuolo” di Dostoevskij, che visitò il Crystal Palace nel 1862, afferma di preferirebbe ripararsi in un pollaio che in quei palazzi di cristallo, metafora di un mondo a venire in cui tutto è calcolo e razionalità. Edifici che per la maggior parte non esistono più, transitori, fragili, documentati solo da fotografie o articoli di giornale. Edifici nati già in rovina, ma al contempo impossibilitati a diventare rovine vere e proprie, e quindi lontani da una concezione monumentale dell’architettura. La seconda parte del libro va alla ricerca di quali potrebbero essere i prosecutori di quella tradizione tecnologica e analizza i vari filoni dell’architettura cosiddetta radicale del novecento e contemporanea, concludendo che oggi siamo lontani da un’architettura rivoluzionaria tanto quanto lo eravamo ai tempi degli edifici in ferro e vetro. Innanzi tutto perché solo i capitalisti o i governi possono permettersi di fare architettura – tanto più se anche il regime sovietico ha preferito utilizzare un linguaggio monumentale e imponente, archiviando presto l’esperienza costruttivista. I grandi edifici espositivi in ferro e vetro, come gli expo più recenti o i super-musei degli archistar, “supermercati della cultura”, “musei del nulla”, sono fondamentalmente controrivoluzionari, simboliche medicazioni delle ferite sociali, pensati per sostenere  i processi di liberalizzazione politica ed economica, occasioni di gentrificazione e di speculazione immobiliare privata. Nell’architettura contemporanea, in particolare in quella decostruttivista, post-hight-tech, iconica o parametrica, ogni rappresentazione dei valori sociali si trasforma in questione estetica, poichè si presume che compito dell’architettura sia di dare spazio a delle attività, senza alcun genere di presa di posizione nei loro confronti, e che mira a stupire con chimere formali, metafore naturali, iperboli ingegneristiche. Quale differenza ci sarebbe, si chiede l’autore, tra la concezione vittoriana di progresso e miglioramento, ingenua e paternalistica, e le inconsistenti posizioni delle archistar contemporanee? Se negli anni novanta un Eisenman si crogiolava nel lessico filosofico di Derrida, Deleuze e Guattari – suscitando alla fine la delusione e la smentita degli stessi – che dire della retorica attuale sugli edifici verdi, sostenibili? Della rappresentazione di una complessità architettonica come specchio della riorganizzazione socioeconomica e la diversificazione degli stili di vita – laddove gli archistar sarebbero un po’ troppo disinvolti nel chiamare bisogno una domanda commerciale, che non ha nulla di politico? In sostanza, è giusto che l’architettura esprima lo spirito di un’epoca senza alcuna riflessione critica delle sue forze? Ma l’architettura non è altro che lo specchio della nostra deprimente situazione politica. Alcune architetture in ferro e vetro del diciannovesimo secolo – e non solo – sembrerebbero dirci che gli architetti potevano essere radicali, anche se in modo ambiguo.  Potevano contestare i concetti che conferiscono all’architettura da sempre il suo potere culturale di conservazione, tramite monumentalità e imponenza. Un’alternativa  possibile tessuta di leggerezza, trasparenza e malinconico abbandono. Perché il futuro di cui ci hanno parlato questi edifici rivoluzionari è esattamente come ce lo hanno raccontato i migliori romanzi: “Sporco ma non in rovina, immaginifico e antimonumentale. Fantasticamente tetro.”