Architettura e neuroscienze

Sul libro “L’empatia degli spazi” di Harry Francis Mallgrave (Raffaello Cortina Editore), 2015

 Un nuovo approccio alla critica e alla progettazione architettonica arriva dalle neuroscienze, o meglio da una prospettiva multidisciplinare che unisce antropologia, storia, filosofia, estetica e lo studio dei meccanismi neuronali che si attivano durante l’esperienza dello spazio architettonico. La prospettiva dell’autore, ossia che “siamo esseri incarnati in cui menti, corpi, ambiente e cultura sono connessi tra loro a livelli diversi” richiama il punto di vista dello storico dell’arte Heinrich Wölfflin che nel 1898 nella sua “Introduzione alla psicologia dell’architettura” scrisse che “se fossimo entità puramente ottiche, il giudizio estetico del mondo fisico ci sarebbe precluso”. Mallgrave attacca il privilegio assegnato dalla cultura occidentale al senso della visione, esemplificato dalla nozione disincarnata del soggetto cartesiano in cui mente e corpo sono separati, come il soggetto dall’oggetto, l’io dal tu. La scoperta dei neuroni specchio consegna una nuova visione dell’intersoggettività neurobiologicamente fondata e connotata come intercorporeità. Il problema dell’estetica viene ricondotto a quello del piacere e soddisfazione di componenti edoniche, libidiche o affettive. Il libro illustra approcci opposti a questo tema. Il primo, quello “evoluzionista”, decisamente deterministico, in cui le manifestazioni delle “natura umana”  – cultura e arte incluse – sono ricondotte all’istinto di riproduzione sessuale. Il secondo, più legato all’antropologia culturale, e assai più interessante, è ispirato ad un’idea performativa e sociale delle espressioni creative umane.  In ogni caso: ad ogni percezione del mondo corrisponde una esperienza che condiziona le nostre valutazioni e in cui, grazie al nostro corpo,  interno ed esterno, soggetto e oggetto non sono altro che “relazione”, apertura verso l’altro da sé, desiderio. Il libro analizza alcune vicende architettoniche alla luce delle ricerche neuro scientifiche, cercando di rispondere a domande piuttosto sfuggenti: perché in generale gli edifici moderni risultano meno “gradevoli” di quelli antichi o costruiti prima della rivoluzione industriale? La progettazione al computer o BIM può consentire  una certa dose di “artigianalità” e quindi diventare un nuovo mezzo di espressione mimentica? La nuova comprensione delle emozioni e dei sentimenti suscitati da uno spazio architettonico rivela il fatto che la progettazione in primo luogo dovrebbe essere un’attività consapevole della risposta emotiva di un progetto, mentre i progettisti sono istruiti a praticare il loro mestiere come un’arte puramente visiva, il che è solo in parte vero. L’emozione  è il vero mezzo neurologico e chimico con cui capiamo a fondo e percepiamo il mondo. A questo punto risulterebbe utile ridefinire ciò che chiamiamo “benessere” in relazione all’abitare, ossia all’esperire uno spazio architettonico. Benessere è una parola ambigua. Nell’accezione che mi interessa non ha a che fare, o solo in parte, con una accezione ristretta e normativa del benessere negli ambienti di vita, ossia con tutte quelle condizioni igienico-sanitarie e di sicurezza degli spazi in cui abitiamo (a casa, al lavoro, nei luoghi pubblici). Tutte cose importantissime, ci mancherebbe. Una corretta progettazione dovrebbe tenere sempre conto  e valutare i parametri legati al microclima, il rumore, l’illuminazione (naturale e artificiale), l’inquinamento indoor dovuto per esempio all’esposizione a prodotti della combustione, radon, formaldeide e composti volatili che spesso sono presenti nei materiali, soprattutto negli arredi o nei prodotti per la casa, l’esposizione a muffe o funghi nel caso di ponti termici o umidità di risalita. Il benessere fisico e mentale che le persone provano in un certo ambiente, è il principale obiettivo di una costruzione, e può essere finalmente calcolato e progettato su misura. Il progetto del benessere abitativo deve comprendere sia il confort ambientale all’interno della casa (controllo della temperatura, umidità, illuminazione, traspirabilità, isolamento termico e acustico, qualità e ricambio dell’aria che si respira, sicurezza strutturale e d’uso di ogni componente edilizio, impiantistico e di arredo) che quello fuori di essa, ossia degli spazi aperti di pertinenza come il giardino: dove naturale e artificiale si incontrano e si armonizzano. Il punto è che se anche avessi risolto tutti queste importantissime questioni ne rimarrebbe sempre una fondamentale. Lo spazio in cui vivo, l’architettura di cui sto facendo esperienza, cosa mi comunica? Ci sto bene? È interessante? I muri che mi circondano sono stati pensati per organizzare uno spazio o sono stati eretti senza pensarci, senza un vero progetto, per ragioni puramente quantitative e non qualitative? E come misurare la qualità di uno spazio? Credo che in questo possano venirci in aiuto le neuroscienze. Siamo abituati a pensare all’architettura o meglio al progetto architettonico come ad una astrazione concettuale dominata dal senso della vista. Ma in realtà uno spazio architettonico non si percepisce solo con la vista. L’architettura è una pratica incarnata e lo spazio architettonico si costituisce attraverso un’esperienza emotiva e multisensoriale. Un edificio non è qualcosa di stravagante ed esterno, ma un elemento palpabile cui i nostri corpi, i nostri sensi e il nostro cervello è inestricabilmente connesso. Noi siamo organismi all’interno di ambienti, e in questa campo dinamico  di relazioni tra mente, corpo e materia si configura la nostra comprensione del mondo, non esiste nessuna astratta e fatica presunta natura umana. Quando siamo in uno spazio non siamo soggetti passivi, ma organismi dotati di certe abilità, che apprezzano l’arte o l’architettura in quanto frutto di attività qualificate e artigianali nel senso che provengono da un’attività coordinata di mente e corpo. Perché ci piacciono tanto le città antiche e i suoi edifici? Non tanto perché sono antiche o perché vi riconosciamo stili diversi che non sappiamo più decodificare, ma perché riconosciamo emotivamente ed empaticamente in esse, nelle facciate, nei materiali, l’attività umana e il lavoro di chi ha dato loro forma, che vi è una relazione primaria e incarnata tra la mano e la testa, che vi è accuratezza e la capacità di ancorare il disegno ad una realtà concreta, fisica, tangibile. Questo perché il nostro cervello ha la capacità di rispecchiare e simulare i valori tattili e spaziali di oggetti e ambienti. Di fronte ad una scultura, simuliamo sia la mano che la mente che hanno nutrito quella creazione, attraverso i segni dello scalpello. Ogni materiale di cui facciamo esperienza attraverso la visione attiva un processo di simulazione tattile. Le scelte progettuali non dovrebbero scaturire dalle proprie preferenze estetiche ma essere in linea con la salute individuale e con gli interessi della società nel suo complesso. Occorre produrre ambienti sensibili al benessere umano e alle inclinazioni sensoriali. Perché molti edifici costruiti da metà novecento in poi, quelli delle nostre periferie urbane, non ci piacciono? Perché i materiali banalmente industriali, sono privi di scala, modulazione e manipolazione creativa che ci danno un senso di estraneità. La sfida è quella di mettere mano ai materiali industriali manipolandoli al fine di far trasmettere loro un’emozione. Non è una questioni di forme o di stile. Le forme sono meno importanti in sé rispetto alla loro composizione complessiva, al ritmo, all’equilibrio o alla mancanza di equilibrio. Il contesto in cui la forma appare è tutto. Non esiste bello o brutto, ciò che importa fare è produrre sentimenti piacevoli intesi all’interno dei nostri corpi. Insomma, l’architettura ha a che fare col gioco più che col disegno, e il suo compito è quello di rendere la realtà quotidiana un’esperienza speciale.

libro racconta la lunga agonia delle città della cosiddetta Rust Belt americana, (Detroit, Baltimora, Youngstown, Buffalo, Philadelphia, Cleveland e Milwakee, fra le altre), che da un glorioso passato industriale e di espansione urbana in termini di popolazione e di ricchezza, dalla fine degli anni sessanta hanno visto una continua ed estenuante sottrazione di capitali, persone ed attività umane che ne hanno radicalmente mutato l’aspetto e la qualità della vita.

Youngstown era conosciuta come Steel City, capitale nazionale della produzione di acciaio, la “Ruhr d’America”; all’apice del suo sviluppo, nel 1960, contava 168.000 abitanti, che si sono più che dimezzati arrivando agli odierni 73.000, con tendenza al calo in previsione di 54.000 nel 2030.

Detroit, la famosa Motor Town, capitale dell’automobile, ha oggi 900.000 abitanti (4,4 milioni nell’area metropolitana): si tratta di meno della metà della popolazione che la città aveva al suo apice alla fine degli anni cinquanta.

“Gli effetti combinati del cambiamento economico, di quello sociale e delle forme di insediamento umano” nel territorio, hanno reso queste città paradigmi del paesaggio post-urbano che ricordano quello prodotto dalle grandi catastrofi naturali, tante volte raccontate al cinema, ma qui non si tratta di effetti speciali nè di cambiamenti repentini, ma di un lento declino e di un inesorabile impoverimento quotidiano.

Dalle cronache di Coppola emergono i fattori principali che possono ferire a morte le città: de-industrializzazione, sub-urbanizzazione, segregazione sociale. La progressiva erosione del tessuto produttivo industriale, dovuta alla globalizzazione, la competizione internazionale sui mercati dell’auto e degli elettrodomestici e i cambiamenti tecnologici non hanno prodotto solo l’erosione dell’occupazione manifatturiera (nel solo decennio tra il 1970 e il 1980 a Detroit si sono persi 89000 posti di lavoro) , con lo svuotamento di fabbriche e officine, ma anche il costante sgretolamento del potenziale scientifico e tecnologico, ed il conseguente abbandono delle proprie sedi da parte delle grandi corporation terziarie. Il suburbio come forma prevalente di occupazione del territorio abitato ha contribuito a drenare abitanti, attività economiche e gettito fiscale dalla inner city alle aree suburbane. Il declino demografico ha portato alla cristallizzazione delle classi sociali in aree ben precise, con i bianchi e le classi agiate in volo verso il suburbio e le classi povere e gli afroamericani provenienti anche dagli stati del sud a riempire le inner city e i quartieri fino ad allora completamente bianchi, diventati così un hyper-ghetto ossia una forma radicale di esclusione sociale e di segregazione razziale allevata nel grembo urbano dell’America post-urbana.

Il risultato è un intero territorio che cessa di crescere, dove le inner city precipitano in un vortice di impoverimento, non solo dal punto di vista del reddito ma anche da quello dei servizi (con alcune zone escluse dalla rete di vendita della grande distribuzione, tanto da meritarsi il nome di food desert), e le zone metropolitane non riescono a sollevarsi dalla depressione economica. Le amministrazioni pubbliche, per combattere il degrado dello scenario urbano, si trovano costrette a pianificare la riduzione della città, attraverso la demolizione dei fabbricati, la rilocazione degli abitanti in aree più concentrate e la rinaturalizzazione di alcune parti, come se si combattesse una cancrena con l’ amputazione di un arto ormai pregiudicato.

Dopo avere analizzato le cause del declino e i primi e in gran parte fallimentari interventi e piani di sviluppo (leggi speculazioni immobiliari) di derivazione teorica e ascendenza liberista, negli anni ottanta e novanta, il libro illustra quali sono le più recenti risposte delle popolazioni, delle amministrazioni locali e delle istituzioni a città con sempre meno abitanti, meno posti di lavoro, meno servizi e con sempre più immobili (produttivi, residenziali, terziario) abbandonati e spazi inutilizzati in via di rinaturalizzazione.

“Nella Rust Belt molte delle pratiche che ora fanno parte delle famiglie della sostenibilità ambientale e delle cultura della decrescita sono nate prima che altrove”, grazie a decenni di sperimentazioni, tentativi ed errori che attivisti ostinati hanno portato avanti fra le macerie della città. Molti sono i rimandi tra il dibattito sullo smart-shrinkage e le tendenze della cosiddetta “decrescita felice” o delle “transition towns”.

Il tema, delle fattorie urbane, dei community e school gardens non è nuovo nella storia americana. Durante la crisi post- 1929, l’amministrazione Roosevelt inizia a finanziare progetti di gardening in tutto il paese, sia per l’educazione dei giovani studenti che per la produzione di cibo da distribuire alle famiglie indigenti. Durante la seconda guerra mondiale, i victory garden soddisfacevano il 40% del fabbisogno di frutta e verdura del paese. Negli anni settanta, complice la neonata cultura ambientalista, le città che cominciavano a impoverirsi dopo l’apogeo degli anni cinquanta-sessanta, tornavano a ruralizzarsi. L’agricoltura era destinata a tornare in città spinta dalle promesse mancate del capitalismo o dalla riorganizzzazione/ridislocazione produttiva globale, “aprendo spazi imprevisti alla riconciliazione fra la produzione e il consumo di cibo”.

Ma perché oggi questo ritorno dell’agricoltura non deve essere letto come una fase di quell’eterno movimento a fisarmonica dettato dal saliscendi dei valori immobiliari o dall’ennesima bolla speculativa? Perché a Detroit, ma non solo, nella Rust Belt, “molti abitanti di un’America che non ti aspetti cominciano a credere che trovarsi ai margini dei grandi flussi della economia globale non sia il problema da risolvere, ma la grande occasione da non sprecare”.

Il movimento contemporaneo delle urban farms nasce dalla netta contrapposizione con l’ideologia dominante del mercato agroalimentare sovvenzionato e basato su monocolture e da metodi di coltivazione basati sull’uso dei derivati del petrolio, su diserbanti, fertilizzanti e pesticidi artificiali. L’impianto ideologico e metodologico è fondato sul locavorismo, ossia sulla consapevolezza che in una economia verde post-carbon serva sempre più occupazione nell’agricoltura, per accorciare la catena alimentare e far rimanere più valore e produzione nel territorio, per valorizzare e responsabilizzare socialmente nei confronti dei consumatori le imprese insediate nel territorio che si trovano a servire.

L’argomento chiave è quello della sostenibilità ambientale: non solo impiegare meno energia fossile e ridurre le emissioni accorciando le distanze del nostro sistema alimentare, ma anche aumentare le superfici permeabili, promuovere la biodiversità degli ambienti urbani, sistematizzare il riciclo dei rifiuti e la produzione di fertilizzanti naturali; “l’agricoltura urbana propone un metabolismo urbano più efficiente e sostenibile, modellato sull’esempio dei circuiti chiusi della natura”. L’agricoltura urbana non è semplicemente localizzata in città o nell’area metropolitana ma è “incorporata nell’ecosistema urbano (…) [in quanto capace di] riutilizzare risorse materiali e umane, prodotti e servizi trovati all’interno di quell’area urbana per rifornire di risorse materiali e umane, prodotti e servizi quella stessa area urbana”.

L’agricoltura urbana diventa uno strumento imprescindibile di una nuova urbanistica che ha il compito di pianificare il declino, anche incentivando le dismissioni di parti di città obsolete e vuote e riorganizzando reti di servizi sovradimensionate (siano esse strade, fognature, trasporti pubblici). Si tratta di un approccio di medio-lungo periodo da realizzare senza imporre progetti traumatici che rischiano di scatenare opposizioni insormontabili, ma accompagnando la vocazione naturale di parti del territorio verso la realizzazione di un modello di “città arcipelago” prefigurato dal piano “Leaner, Greener Detroit” del 2008: una costellazione di “villaggi urbani attorno alla vecchia Downtown collegati fra loro da nuove linee di trasporto pubblico, canali navigabili e piste ciclabili” circondati da aree rinaturalizzate e dedicate all’agricoltura urbana, un disegno netto che non nega la storia dei vecchi quartieri o della città riconosciuta (la Downtown), ma che attraverso il mix di funzioni attività e classi sociali, insieme a vasti programmi di compensazione ecologica, decontaminazione dei suoli e nuove foreste urbane, produzione locale di energia rinnovabile combinate a smart-grid,impiego sostenibile delle risorse, compirebbe una scelta strategica di ricostruire economia e società attorno alla nuova vocazione produttiva, in cui la popolazione è insieme produttore e consumatore dei beni, prodotti e servizi prodotti in loco da artigiani ad alta tecnologia e urban farmers, legata in toto alla green economy.

La città del futuro è da coltivare come una pianta e non da plasmare come un’opera d’arte. La città-arcipelago rappresenta uno scenario di de-urbanizzazione non regressiva e non nostalgica di un passato rurale o di un improbabile ritorno alla natura. Il suo abitante non è un eremita ma un cittadino attivo affinchè la propria città diventi un modello di sostenibilità ambientale e di creatività sociale, “per gettare i semi di una civiltà che faccia del nuovo rapporto con il mondo naturale il migliore pretesto per una diversa relazione fra gli umani”.