Architettura come “man-made world”.

Sul libro di Aaron Betsky “Building sex. Men, women, architecture and the construction of sexuality”, William Morrow and Company, Inc. NY, 1995.

Non mi risulta che esistano testi in italiano, nemmeno tradotti, che trattino di architettura dal punto di vista degli studi di genere e del pensiero femminista. Questo libro, inedito in Italia, uscito negli USA venticinque anni fa. L’introduzione esordisce con un breve dialogo. “Perché mai mi sento sempre fuori posto quando cammino lungo gli Champs-Èlysées?” “Semplice. Perché lei è una donna.” L’autore prende le mosse da una semplice constatazione: viviamo in un mondo in cui la diseguaglianza tra uomini e donne è rispecchiata nelle città e negli edifici, fondate, progettati e costruiti da uomini per gli uomini, relegando le donne all’interno degli edifici, asservite a compiti legati alla cura e alla riproduzione. “Women protect and men project”. L’architettura (occidentale) nella sua accezione più larga è il modo in cui noi costruiamo la nostra sessualità nel mondo reale e che ci definisce in un dato luogo e luogo. Basandoci su quello che ritenevamo di conoscere dei nostri corpi, abbiamo eretto una complicata architettura in cui noi siamo riconoscibili e agiamo come “uomini” o “donne”, ciascuno con un proprio spazio. La divisione dei sessi è un fatto culturale, non biologico. Pertanto è possibile immaginare un mondo senza “uomini” e “donne”, così come li/le conosciamo, così come è possibile immaginare un mondo senza classi o razze e forse persino un mondo senza “umani”.

Avventurandosi in speculazioni sull’architettura delle origini, l’autore propone, in alternativa alla “capanna primitiva” di Laugier – architettura costituita da elementi astratti, fissi e modulari, costruita come difesa dalla natura e alternativa ad essa – il mito della “tenda”, un oggetto ibrido, indefinibile, uterino, precario, nomade e flessibile. Da questo “inizio”, il testo ripercorre la storia dell’architettura occidentale decifrando il codice del mondo costruito dagli uomini (man-made world) con il quale abbiamo sostituito la “natura”. La “griglia” e la “torre” sono le sue due forme più rappresentative. Man mano che gli uomini costruivano “il” mondo, le donne venivano sempre più associate all’artificio, alla decorazione, a qualcosa di potenzialmente sovversivo quanto indecifrabile, minaccioso per l’ordine maschile: la “sfinge” è l’immagine mitica di ciò che gli uomini hanno fatto delle donne.

Risale a Vitruvio l’idea di architettura come sistema di traduzione della conoscenza, attraverso la tecnica, in una forma fissa, gerarchica e proporzionata quale scenario fisico della vita umana. Le sue regole sono date dal corpo umano maschile idealizzato, misura di tutte le cose. Nel 1521 Cesariano rappresenta l’uomo vitruviano con il pene in erezione. Il cerchio rappresenta il mondo nel suo complesso. Il quadrato è ciò che permette all’uomo di viverci. Il cerchio è l’indefinito, l’onnicomprensivo – il femminino. Il quadrato non è composto da quattro linee ma da una griglia – come nella finestra prospettica, essa serve a soggiogare la realtà in un sistema ordinato. La figura maschile ingloba il cerchio femminile, la griglia si riproduce all’infinito e in essa anche la figura maschile viene catturata.

Nella città ideale progettata da Ledoux, l’oikéma è l’edificio, a forma di pene, dove i giovani uomini si sottopongono ad un rito di passaggio: perdere la verginità grazie a giovani fanciulle istruite ad hoc. L’ordine della città si fonda sul potere maschile sulle donne, che implica quello sul mondo e sé stessi. Non è possibile percepire questo edificio come un pene: la sua forma appare solo in pianta. I fruitori sono prigionieri inconsapevole all’interno di quelle griglie e quelle forme create dall’architetto: un codice capace di celare e rimuovere ogni connessione con la fonte del suo potere – il corpo umano maschile.

Anche l’architettura moderna ha le sue radici in questo modo di pensare. In uno schizzo di Le Corbusier dell’Immeubles-Villas, la donna è confinata nello spazio adibito al lavoro domestico, l’uomo è rappresentato nello spazio a doppia altezza, aperto sul mondo, mentre si allena al punching-bag. Anche l’idea modernista secondo la quale il compito di un edificio è quello di soddisfare una determinata funzione, significa che la realtà viene rimpiazzata da un’altra astrazione. Il funzionalismo macchinista è un camuffamento del “man-made world”. Ogni edificio moderno ha l’aspirazione di costruire un frammento di un mondo ideale e viene giudicato per come si avvicina ad esso. Anche se le forme precise di questo ideale possono cambiare nel tempo rimane il suo inavvicinabile silenzio: qualcosa che non si può abitare ma solo rappresentare.

Se gli architetti moderni hanno creato progetti più emancipativi, era solo perché le nuove forme li allontanavano da ciò che comunemente ci si aspetta da loro in termini di rapporti di potere. Il movimento moderno credeva nella rottura con le aspettative tradizionalmente accettate su come il mondo avrebbe dovuto sembrare e funzionare, senza ricadere in una nuova estetica totalizzante imposta astrattamente sugli oggetti e lo spazio che ci circonda. Una proposta di liberazione non solo per l’ordine sociale o per la divisione fra i sessi, ma per la specie umana. Sfortunatamente il modernismo ha finito di fatto per produrre altri monumenti. La cultura aziendale ha rimpiazzato le ideologie fasciste o comuniste. Lo stile internazionale ha spazzato via la complessità dei primi impulsi modernisti. L’uomo vitruviano si è dissolto nella griglia da lui inventata, costituita da appartamenti, uffici e schermi di computer. L’architettura mainstream è sopravvissuta agli sconvolgimenti del modernismo per rimanere l’imposizione di un ordine astratto sul mondo. Un modo per rendere l’ordine più consumabile, e il consumo più accettabile. Anche le donne possono fare le carriere degli uomini, e questi ultimi dedicarsi alle cure domestiche, purchè entrambi si limitino ad accettare di riprodurre un mondo secondo regole che nessuno si assume la responsabilità di avere stabilito. Tuttavia, screditando l’idea di utopia, l’architettura ha svuotato dall’interno l’idea primordiale del costruire come potere di assoggettare la realtà in un ordine assoluto. Il seme dell’incertezza e di una società post-umana è stato piantato. Per fare questo avremmo bisogno di cambiare uno sviluppo asservito al capitalismo, cominciando a smettere di pensare all’”identità”, nelle sue varie declinazioni, come un bastione di difesa o di attacco tra noi stessi e il mondo. Dovremmo contrastare un modello culturale basato sulla paura, che ci tiene separati gli uni dagli altri, fondandosi su differenze costruite socialmente. Rompere con una cultura preconfezionata che ci dice dove andare, cosa fare, cosa è significante e che tende sempre a confermare le nostre aspettative.

Fare architettura significa forse creare spazi di efficienza produttiva finalizzati alla riproduzione delle attuali relazioni sociali? Dopo che scienza e filosofia hanno messo in discussione non solo la divisione sessuale ma anche l”umano”, possiamo forse immaginare spazi di liberazione, in cui costruire noi stessi e il nostro mondo? Può esistere un’architettura che sia pura connessione col mondo, con l’alterità, invece che un artificio di separazione dalla realtà? L’architettura invece di essere una necessità del sistema, potrebbe essere un accompagnamento al piacere, al desiderio, alla gioia.

Siamo esseri artificiali che creano il loro mondo ma solo in relazione con l’altro. Occorre dubitare di ogni binarismo, di ogni identità, di ogni autenticità, di ogni “differenza” intesa come dato di “natura”. Forse non abbiamo bisogno di edifici nuovi quanto piuttosto di un’attitudine che ci permetta di ricreare il mondo che abbiamo già costruito e che ci ha costruito. La sfida della progettazione nel XXI secolo non è tra cose che sembrano moderne e cose che sembrano antiquate, ma tra il tentativo di usare la tecnologia per liberare gli individui e l’uso di nuovi strumenti per reiterare la nostra servitù volontaria.