Perché il potere ha bisogno dell’architettura – e viceversa.

Sul libro di Deyan Sudjic “Architettura e potere. Come i ricchi e i potenti hanno dato forma al mondo”, Laterza 2011.

 

Cosa hanno in comune Saddam Hussein e Tony Blair, Mussolini e Mitterand, George Bush e Adolf Hitler? Tutti, in qualità di uomini di potere, hanno tentato di nobilitare, giustificare e rappresentare i propri programmi politici e la loro visione del mondo tramite l’architettura. Dai tempi delle piramidi, delle cattedrali o dei palazzi rinascimentali, niente di nuovo. In ogni modo, saremmo propensi a pensare che oggi, in genere, il potere politico utilizzi l’architettura per scopi razionali o pragmatici. Almeno, questa è la prima idea che può venire in mente. È anche un’idea piuttosto ingenua. Spesso l’architettura si spinge ben oltre le questioni pratiche o simboliche e si mescola alla psicopatologia, diventa un’ossessione, un’illusione, perfino una malattia che consuma le sue vittime.

L’architettura alimenta l’ego. E i politici, o gli uomini di potere in generale, si trovano così vittime del “complesso edilizio”, una forma di egotismo costruito con pietre, vetro e cemento.

Il libro analizza nel dettaglio diverse vicende: la prima, paradigmatica, quella che riguarda Adolf Hitler e il suo architetto Albert Speer impegnati nel progetto di “Germania”, come si sarebbe chiamata la nuova Berlino, epicentro dell’impero nazionalsocialista.

È possibile separare gli aspetti formali di un edificio da sistema di valori dei suoi progettisti? D’altronde non ci si può limitare a giudicare gli aspetti formali. Molti architetti razionalisti hanno tentato di accreditarsi presso il regime nazista e il fatto che non ci siano riusciti costituisce, a posteriori, la loro maggiore fortuna. Per l’Italia invece, il problema non si pone: la stragrande maggioranza degli architetti era dichiaratamente e convintamente fascista e il linguaggio moderno ebbe molte applicazioni durante il ventennio: la contrapposizione tra classicismo-reazionario e modernismo-democratico non regge storicamente.

Tuttavia, quale spreco. L’ideologia dell’architettura nazionalsocialista o realsocialista di Hitler o Stalin si riduce ad una patologica ossessione per la grandezza, la simmetria e un’iconografia dozzinale: per la rappresentazione dello Stato, le dimensioni di un edificio contavano più dei dettagli o del modo in cui era organizzato.

Attraverso le vicende del progetto del Palazzo dei Soviet voluto da Stalin, al piano di ricostruzione di Roma e all’E42 promossi da Mussolini, passando per quelle della fondazione di New Dehli, Brasilia, Chandighar, Ankara come capitali di uno stato moderno, si arriva alla Cina di oggi, dove gli archi-star fanno a gara per assicurarsi incarichi nel cantiere più importante del XXI secolo.

Eppure, esiste qualcosa in grado di farci riconoscere in un edificio i tratti tipici di un regime fascista, staliniano oppure democratico? Per le dittature ogni edificio costituisce un elemento indiscutibile a sostegno della propria causa, della capacità di controllare gli eventi e di modellare il mondo. Questo vale anche per le democrazie? E se sì, fino a che punto è auspicabile che lo sia, e in che termini? In Europa, Tony Blair con la costruzione del Millennium Dome sembrò ricalcare il sentiero o boulevard intrapreso anni prima da Mitterand con i “grands projects”, mentre Barcellona ha elaborato un’architettura di alto profilo per risvegliarsi dal torpore degli anni della dittatura franchista.

L’architettura è anche un mezzo di autopromozione per ricchi imprenditori e self-made-men come pure dei presidenti degli Stati Uniti d’America con le loro biblioteche presidenziali, dove l’architettura è spesso mortificata da accurate ricostruzioni della sala ovale. 

Il museo e il grattacielo sono oggi i tipi di edifici non governativi che più si prestano a usi politici.

Il museo contemporaneo – da Bilbao in poi – è servito ad operazione di riconversione urbana di distretti industriali abbandonati e fatiscenti in location per film campioni di incassi e attrazioni turistiche. L’architettura diventa pura immagine ammantata dalla retorica della “cultura” e dell’edutainment. Il museo diventa un’icona. Il problema può sorgere quando si cerca di fare la stessa cosa con una biblioteca o un piano di edilizia pubblica.

Il grattacielo ha conosciuto nel ventesimo secolo la sua gloria e all’inizio del ventunesimo la sua nemesi. Ripercorrendo le vicende della costruzione del World Trade Center di New York, l’autore è portato a concludere, sottolineando come uno dei dirottatori al comando degli aeroplani fosse laureato in architettura, che l’assalto alle torri gemelle abbia rappresentato sia l’accettazione del potere iconico dell’architettura che un tentativo di indebolire quello stesso potere attraverso un’opera di distruzione. Dopo l’11 settembre l’ansia di costruire in altezza, sempre più in alto, come per un impulso infantile, non si è placata anzi si è diffusa in tutto il mondo.

Ma se l’architettura serve alla definizione di un regime, qualunque esso sia, purtroppo non sono gli architetti a formularne il significato. A decidere è sempre il potere. Ricordando che gli edifici durano a lungo ma il loro ruolo politico può assumere rilevanza solo al momento della loro creazione, la relazione tra architettura e potere forse può aiutare a comprendere come il potere agisce sulla nostra stessa esistenza.