Verso una “queer” architettura.

Sul libro di Aaron Betsky “Queer space. Architecture and same-sex desire”, William Morrow and Company, Inc. NY, 1997.

 

Se nel precedente “Building sex” l’autore guardava alla storia dell’architettura attraverso il prisma degli studi di genere e della differenza (etero)sessuale, in questo secondo contributo, pubblicato due anni dopo, si spinge a formulare la teoria secondo la quale il desiderio omosessuale (“same-sex desire”) abbia contribuito, in occidente a partire dall’età moderna, alla definizione di un nuovo spazio architettonico: il “queer space”.

Non manca una disamina degli antecedenti storici o di esempi esterni alla cultura occidentale. L’autore mette in rassegna altri spazi costruiti per la fruizione da parte di persone dello stesso sesso. Per esempio, le “case degli uomini” e le “case delle donne” della Nuova Guinea, le palestre e i complessi termali dell’antichità classica, le prigioni, i monasteri e le scuole. In questi spazi, il desiderio è connesso a rituali sociali e spesso a una qualche forma di violenza, rivolta verso desiderio stesso o gli altri.

La definizione precisa di cosa sia il “queer space” è sfuggente (come peraltro quella della stessa parola “queer”, che in questo testo è sinonimo di soggettività gay e lesbiche). Si tratta, in ogni caso, di qualcosa di non propriamente costruito quanto piuttosto di implicito e di solito invisibile, che non gareggia per costruire l’edificio più grande, la torre più alta o la “straightest street”, ma è ambivalente, autocritico, ironico ed effimero. Lo scopo del “queer space” è in ultima analisi il “sesso”, sia nel senso dell’identità che in quello della pratica sessuale. Se l’architettura del “man-made world” sublima, il “queer space” seduce.

Le soggettività “queer” si sono create nel tempo un luogo sicuro all’interno di un mondo eterosessuale (il “man-made world”) occupando spazi abbandonati e marginali, o creando spazi interni privati liberanti al riparo da uno spazio pubblico esterno quasi sempre ostile. Obbligati a nascondere la loro vera “natura”, gay e lesbiche hanno giocato con le norme che governano gli spazi interni creando un palcoscenico dove potersi definire senza paura, e facendo questo hanno contribuito all’innovazione architettonica e urbana.

Il libro inizia con il ricordo di una serata nello Studio 54 di New York, nel 1979. “Questa è la Versailles del Ventesimo secolo. (…) Un Gesamtkunstwerk newyorkese”. Un “queer space”: uno spazio di liberazione, privo di una “funzione”, amorale e sensuale, che prende vita nell’esperienza e per l’esperienza. Uno spazio per lo spettacolo, il consumo, l’artificio, la danza e l’oscenità.

Ma tutto ciò non è rimasto confinato solo all’interno della comunità “queer”. Nel XX secolo “queers queered the city”. Gli uomini bianchi omosessuali di classe media presenti come minoranza al centro della cultura borghese, hanno progettato gli spazi che apparivano nel cinema o nelle riviste, disegnato i vestiti alla moda per uomini e donne, occupato quartieri abbandonati, ridefinito gli spazi urbani metropolitani e modificato il linguaggio modernista, austero e funzionalista, donandogli sensualità, ambivalenza, vivibilità.

Ma mentre lo facevano, scomparivano, diventando parte della società dei consumi. Perché il “queer space” è uno spazio senza durata, destinato a dissolversi e ad essere integrato nel mainstream pubblicitario, della diversità degli stili di vita, infine preda della speculazione immobiliare.

Se il soggiorno di Liberace è diventato un modello per la zona giorno americana, è possibile rintracciare tracce della progettazione, costruzione (e dissoluzione) di “queer spaces” lungo la storia dell’architettura e della città occidentali dal XIX secolo in poi. In particolare, le opere di Bruce Goff, Philip Johnson e Charles Moore vengono proposte come esempi di liberazione dai canoni del linguaggio dell’architettura moderna, ma il loro contribuito non è andato oltre le abitazioni private.

Ma là fuori, nello spazio pubblico, accadeva altro che rifletteva l’esperienza della minoranza omosessuale all’interno della cultura eterosessuale. Il “queer space” è rintracciabile in origine nell’atto di riappropriazione tramite il “cruising” dello spazio pubblico, ma anche nella realizzazione di quartieri per la nascente comunità LGBT. Le soggettività “queer” hanno nel tempo costruito istituzioni che formalizzavano il “cruising” in modo aperto. Dalle “molly houses” del XVI sec, ai primi bar e sale da ballo, tra XIX e XX, ai locali della seconda metà del XX: bar, discoteche, saune e sex-club. Dopo Stonewall i “quartieri gay” sono sorti in quasi tutte le grandi città occidentali. Il gruppo sociale che a causa della cultura dominante era divenuto il più lontano dallo sperimentare la vita urbana all’aperto dello spazio pubblico, aveva un urgente bisogno di riappropriarsene. E così avvenne l’occupazione di aree industriali o popolari soprattutto da parte di maschi gay bianchi benestanti. La (ri)costruzione dell’identità (come minoranza sessuale) e della città sono andate di pari passo. L’omosessualità divenne uno “stile di vita” con un sistema di valori formalizzato, metodi di comportamento e modalità di presentare se stessi tramite l’abbigliamento e una certa forma di “decoro urbano”. Il gay flaneur alla Wilde si trasforma nel “gay-clone”, una figura assai più stabile della prima dal punto di vista della struttura economica consumistico-capitalistica: persa la visione politica propria delle esperienze iniziali del movimento di liberazione omosessuale, il “gay-clone” è un “proto-yuppie” e i quartieri di Castro o il Greenwich Village la sua casa nella città borghese – conquista della città come stato e orizzonte del desiderio. Oggi, vogliono solo essere normali. Hanno bambini, si vestono come i loro vicini “straight” e spesso sconfessano la presenza di qualcosa che li accomuni con le altre soggettività “queer”.

Se il “queer space” non è uno spazio fisico quanto piuttosto il tentativo, da parte di soggettività oppresse, di appropriazione del mondo per la costruzione di una propria “identità”, di una propria “bellezza”, di una nuova “società” e di spazi di vita, di esperienza e di relazione diversi e autonomi rispetto a tutto quanto era loro offerto dal “man-made world”, quel tentativo sinora è fallito.