Spazio pubblico / privato e pandemia

La pandemia causata dal virus Sars-Cov-2 ha costretto gran parte della popolazione a rimanere nelle proprie abitazioni eliminando ogni interazione sociale al di fuori di limitate attività produttive e l’approvvigionamento di beni di prima necessità.

Se le conseguenze economiche del lockdown produttivo rimangono gravi ma in qualche modo quantificabili, le conseguenze psico-fisiche del confinamento sociale rimangono imprecisate quanto importanti, in parte riconducibili ai modelli maggioritari dell’uso del suolo e di convivenza e ai relativi modelli spaziali, orientati generalmente verso una concezione atomizzata e proprietaria dell’abitare e il disinteresse per ogni tipo di valore comunitario o sociale.

La pandemia ha aperto uno squarcio sulla realtà mettendo in risalto gli aspetti di arretratezza e le rigidità delle nostre città, incapaci, anche per la loro conformazione materiale, di rispondere alle difficoltà e ai bisogni delle persone, in particolare di quelle più a rischio di esclusione sociale.

La città che conosciamo si fonda sulla dicotomia tra spazio pubblico e spazio privato. Con la pandemia il primo si è ridotto per molti ad una fila al supermercato, mentre molte attività svolte in spazi pubblici o all’aperto, lavorative, educative o ricreative, sono state confinate all’interno delle abitazioni private.

Ma lo spazio privato, ossia quello domestico, è in condizioni ordinarie lo spazio del riposo, del nascondimento. Lo spazio in cui il corpo acquista una libertà speciale, intima, condivisa con pochi o con nessuno. È uno spazio della cura (di sé o degli altri), degli affetti, della preparazione del cibo, della sessualità: il “privato” è lo spazio della “famiglia”.

La famiglia non è un’entità astratta ma storica e partecipa dei mutamenti della struttura produttiva e sociale. Le diverse trame familiari contemporanee che si accompagnano a quella cosiddetta tradizionale (monoparentali, ricostruite, di fatto, family of choice, etc.) possono essere lette sia come segno sia come sintomo: il segno di assestamenti nel modello di produzione e sviluppo contemporanei e il sintomo di una resistenza, talvolta non consapevole, diretta o indiretta, ad esso. Se l’origine del virus Sars-Cov-2 è certamente “naturale” e zoonotica, il contesto dove è avvenuto il salto di specie e soprattutto l’infrastruttura attraverso la quale si è diffuso sino a divenire pandemia globale è un prodotto dell’attuale modello di sviluppo che è anche causa della crisi ambientale o di quella finanziaria. La famiglia è poi anche il luogo dove si esprimono più fortemente sul soggetto le dinamiche capitalistiche ed eteropatriarcali: per molte donne e soggettività lgbtiq può essere un luogo dove sperimentare solitudine, malessere, angoscia e violenza. Così lo spazio domestico si trasforma da rifugio in prigione, in un luogo del conflitto ulteriormente aggravato dalla convivenza forzata, resa più restrittiva dalla pandemia, che ha trasferito nella “casa” altre funzioni legate allo spazio pubblico, dal lavoro alla scuola.

Chiusi nelle nostre abitazioni, nel labirinto della nostra mente, o perfino nei nostri sogni – dove forse tendiamo ad abitare in certo qual modo più di prima – immaginiamo gli spazi pubblici della città praticamente deserti e percorsi da pochi. Non si tratta però di persone particolarmente privilegiate, quanto più probabilmente degli addetti ai servizi di delivery, o di quei lavoratori per i quali si è ritenuto che il rischio valga la candela, o di coloro per cui il rischio pare debba essere parte del mestiere, senza dimenticare chi una casa non ce l’ha proprio. E quando siamo noi a percorrere gli spazi là fuori, per fare la spesa, siamo portati a esaminare ciò che è proibito e ciò che è consentito da decreti, ordinanze e regolamenti, in modo sempre più rigido e ortodosso, ossia a circoscrivere e ad erodere sempre di più l’ambito del comportamento definito “urbano” – ossia civile.

La pandemia ha perciò acuito la polarità tra pubblico e privato: lo spazio esterno è diventato pericoloso e occasione di contagio, come ogni occasione di prossimità o promiscuità con altre persone fuori da coloro (se vi sono) che condividono il nostro spazio domestico.

Ma se lo spazio domestico non è più uno spazio di libertà, se questa permanenza forzata lo ha reso in certo modo opprimente, tanto da sentire l’esigenza di stare per lungo tempo su quel balcone che non si era mai usato se non per stendere i panni o in quella veranda dai vetri rotti usata sempre e solo come ripostiglio, forse è perché siamo stati sempre vittime di un’illusione: quella della separazione dal mondo esterno e di essere al sicuro in uno spazio tutto per noi.

Forse lo spazio domestico non è uno spazio “altro” rispetto allo spazio urbano, ma uno strumento necessario di un sistema, di un alveare sociale ben definito e, in definitiva, unitario. Se lo spazio urbano è adibito alla produzione, quello domestico è lo spazio della ri-produzione, in cui, senza saperlo, ogni soggetto ri-produce, ancora prima che la specie umana, sé stesso, cellula ordinata all’interno di un corpo socio-economico. Il fatto è che questo “corpo”, ossia “lo stato di cose presenti”, anche se non lo ammettiamo esplicitamente, semplicemente non lo accettiamo più.

Cosa c’è in questo stare sui balconi per partecipare ad un flashmob organizzato da un vicino che magari non si conosce nemmeno, questo un po’ voyeristico “stare alla finestra a guardare le case degli altri”, se non l’emersione di un disagio per un’esperienza urbana impoverita e l’emersione di bisogni diversi quali quello di una socialità rinnovata o di una maggiore solidarietà, del confronto diretto con altri nella concretezza della vita reale, della partecipazione ad una comunità responsabile verso il proprio ambiente di vita?

La finestra, il balcone, la veranda: sono ritagli nei muri del nostro spazio privato e proiezioni verso l’esterno, verso gli altri. Sono, in una parola: soglie. Nello spessore di un muro si misura il fatto che la separatezza dell’esperienza domestica è forse la soluzione provvisoria ad un male, ma non una proposta definitiva. Se la città e la casa hanno avuto bisogno l’una dell’altra per porre rimedio ai reciproci difetti, in mancanza di uno dei due poli – la città ossia lo spazio pubblico esterno – anche l’altro cessa di ottemperare al suo compito.

Quello che ci manca ed è ancora da pensare è un abitare fatto di soglie – di spazi di frontiera, in cui prendersi cura di sé e degli altri, contemporaneamente distanti e in contatto, spazi privi di una specifica funzione o requisito misurabile e normativo, ma grazie ai quali sia possibile migliorare il benessere e favorire la vita sociale, ridefinire i bisogni delle persone in senso nuovo, aperto e creativo, favorendo le formazioni spontanee e auto-organizzate. Ciò non riguarda solo lo spazio privato della residenza, ma anche gli spazi pubblici, i luoghi di ritrovo e spettacolo, le scuole, gli uffici e i luoghi di lavoro. Forse in una città fatta solo di soglie ci si sentirebbe ovunque “at home” e non ci sarebbe più bisogno di “houses”.