Spaziocidio - Dalla Palestina alla metropoli globale (introduzione 1)

Nell’ambito del ciclo di quattro incontri pubblici “SPAZIOCIDIO”, il 26 febbraio 2026 si è svolto presso la sala Agnelli della Biblioteca Ariostea alle ore 17:00, il primo incontro dal titolo Spaziocidio – Dinamiche della città autoritaria, conferenza di Alfredo Alietti e Romeo Farinella. Di seguito la mia introduzione.

Buonasera a tutt* e grazie per essere presenti al primo appuntamento del ciclo di incontri SPAZIOCIDIO. Sono Henry Gallamini, e come aderente alla Rete per la Pace di Ferrara ho contribuito ad organizzare questo ciclo di incontri sia come cittadino attivo sia come architetto, mosso da profonda preoccupazione e indignazione, per la drammatica crisi umanitaria e la distruzione di massa tutt’ora in corso nella Striscia di Gaza, l’entità della perdita di vite umane, soprattutto civili, e la sistematica demolizione di ogni tipo di infrastruttura (abitazioni, ospedali, scuole, luoghi di culto, patrimonio culturale) che configurano una situazione di catastrofe che non poteva e non può tuttora essere ignorata.

Attivarsi in qualsiasi modo contro il genocidio e la distruzione urbanistica e ambientale in atto a Gaza e la Cisgiordania, è un imperativo morale e un dovere etico di cittadin* e professionist*, come l’esprimere solidarietà alle vittime e condannare l’uso dell’ambiente costruito e dell’architettura come strumento di distruzione e di colonizzazione.

L’architettura non può essere complice, nemmeno passiva, di un’ingiustizia di tali proporzioni, e come professionisti abbiamo l’obbligo di difendere i valori etici della nostra professione, che non possono essere separati dai più generali doveri nei confronti della società, la tutela di valori e interessi generali, dai diritti umani alla giustizia spaziale, a politiche di ricostruzione secondo principi di giustizia.

In qualità di professionisti della costruzione e della pianificazione, dobbiamo condannare in modo esplicito qualsiasi piano di “ricostruzione” (anche quelli ipotizzati da attori esterni al conflitto) che non rispetti il diritto al ritorno, alla proprietà e alla piena autodeterminazione del popolo palestinese. Qualsiasi progetto che ignori la preesistente identità urbana e sociale, o che miri a confiscare terre per la creazione di zone militari o insediamenti, costituisce una violazione etica grave e una continuazione dello “spaziocidio” con mezzi urbanistici.

L’analisi spaziale condotta da Eyal Weizman, quasi vent’anni fa, nel libro “Architettura dell’occupazione” ha dimostra come la distruzione massiccia, sistematica e mirata di Gaza non sia un mero danno collaterale. In Palestina l’architettura e la pianificazione del territorio sono da decenni impiegate come un’arma: non solo attraverso i muri di cemento, ma tramite la gestione dei flussi delle popolazioni, i check-point e i dispositivi di sorveglianza, la costruzione degli insediamenti, la frammentazione sistematica del paesaggio, la distruzione delle terre agricole, il controllo e l’inefficienza della distribuzione degli aiuti umanitari, il tutto strategicamente legato al disegno di violenza contro la popolazione civile. È quello che la seconda edizione italiana del 2022 del libro di Weizman ha nominato efficacemente con il neologismo “Spaziocidio” che sostituisce il titolo originale dell’opera e che abbiamo utilizzato per intitolare questo ciclo di incontri, e che è da intendersi non solo come distruzione fisica causata dai bombardamenti, ma come l’annientamento deliberato dello spazio sociale e la programmatica cancellazione dell’ambiente costruito e delle condizioni di vita di un intero popolo.

La lettura del testo capitale di Eyal Weizman, costringe a guardare oltre la superficie estetica o funzionale dei progetti che definiscono gli spazi che viviamo, per scorgere la dimensione politica — e talvolta violenta — che l’architettura e la pianificazione urbanistica possono assumere, trasformando lo spazio in un elemento attivo del conflitto.

Quando insieme a Chiara Tarabotti abbiamo cominciato a ragionare su come presentare oggi quelle ricerche che hanno ormai vent’anni, ci siamo convint* che il modo migliore fosse cercare di proiettare quello sguardo analitico, da cui è nato il neologismo “spaziocidio”, oltre i confini di Gaza e della Cisgiordania e di considerare la Palestina come un laboratorio per la sperimentazione di tecnologie di controllo, distruzione e dominio che vengono poi esportate in tutto il mondo, seppur con intensità e forme diverse.

Come professionista, avverto l’urgenza di denunciare come le tecniche di pianificazione urbana, spesso spacciate per neutrali o puramente tecniche, siano in realtà molto ideologiche. Pianificare e progettare significa decidere chi ha diritto di abitare e dove, chi può attraversare una piazza e chi, invece, deve rimanere ai margini. Quando la pianificazione smette di essere uno strumento di emancipazione e diventa un dispositivo di separazione, stiamo già praticando una forma silenziosa di “spaziocidio”, l’erosione dello spazio pubblico, come luogo fisico dell’incontro e della dialettica democratica, che viene sempre più privatizzato.

Proprio perché lo spazio costruito è l’esito di forze sociali ed economiche così complesse, abbiamo sentito la necessità di non chiudere questa discussione dentro il recinto disciplinare dell’architettura e dell’urbanistica. Per comprendere lo “spaziocidio” serve un’alleanza tra discipline, ed è questo lo spirito con cui abbiamo costruito il programma dei quattro incontri dove accanto ad esperti di urbanistica troviamo il sociologo, l’umanista, la giurista, l’antropologo.

Analizzare lo “spaziocidio” significa anche, per l* architett*, smettere di pensarsi esecutori passivi di norme edilizie e urbanistiche. Significa tornare a rivendicare il ruolo civile dell’architett* come custode della democrazia spaziale, capace di immaginare un’architettura che torni a prendersi cura delle comunità che la abitano. Non è solo un dibattito tecnico. Sviluppando uno sguardo critico su quanto e come lo spazio venga usato per dominare, possiamo tornare a immaginarlo come uno strumento di resistenza e di connessione tra le persone. È una discussione che riguarda tutt* l* cittadin* sul futuro della nostra libertà di muoverci, sostare e incontrarci, rivendicare diritti, abitare le città e i territori.

Cedo ora la parola a Romeo Farinella, architetto-urbanista del Dipartimento di Architettura, e Alfredo Alietti, sociologo urbano del Dipartimento di Studi Umanistici, entrambi dell’Università di Ferrara, per la conferenza dal titolo Spaziocidio – Dinamiche della città autoritaria.

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